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Welcome (post sempre in alto) [Apr. 22nd, 2010|11:28 am]
Libera
Ecco i miei racconti, le mie storie. Nati tutti dalla mia penna, dal mio cuore, dalla mia mente. Questo è un contributo dedicato a coloro che amano leggere, farsi trasportare dalle righe in mondi paralleli, un mezzo per credere nella fantasia, poiché essa è figlia della realtà.
Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
Potete leggere o linkarmi, ma ci sono dei copyright da rispettare e non potete usare queste mie composizioni in nessun modo. Per chiarimenti leggete i © della CreativeCommon o commentate qui lasciando la vostra mail, sarò lieta di rispondervi.
Buona lettura.
*Moony*



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Coscienza [Dec. 13th, 2006|05:34 pm]
Libera
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Ultimamente avevo una sensazione di fastidio.
Non sapevo bene cosa stesse succedendo, ma avvertivo una strana presenza sempre intorno a me. Una specie di velo pesante sulle spalle. Da cinico quale sono non preoccupavo affatto, anzi, davo la colpa allo stress e ai festini del sabato sera. Mi impasticcavo di tranquillanti prima di anadare a dormire e di coca nel resto dlla giornata. Ma quella dannata sensazione non passava.
Nonostante questo continuavo a vivere la mia vita vita più meno come sempre. A parte quei vividi momenti di apprensione e quei brividi improvvisi sulla schiena, il resto del tempo ero io. Il solito indolente, sicuro di sé, seduttore, figlio di puttana direttore marketing della Breman Chemicals.
Le cose andavano benone. Avevo appena avuto un aumento, le donne non mancavano di certo e in capo a due settimane circa sarei partito per un importante meeting lavorativo nelle spendide isole Polinesiane. Tutto a carico dell'azienda chiaramente. E, ciliegina sulla torta, con me sarebbe partita la vice direttrice del settore comunicazione, Molly Sanders.
Ah, Molly! Un bocconcino biondo con tette da urlo e un'insana dipendenza dal sesso da ufficio. Insomma, me la sarei spassata alla grande.

Un giorno, ricordo ero in auto, sentii la solita sensazione di disagio, prima debole, poi più forte. Cercai di pensare ad altro. Guardai nello specchietto retrovisore della mia BMW e notai un'auto identica alla mia, alla guida della quale c'era un uomo. Sebrava non avere volto, pensai. Era grigiotopo o nero, o meglio, sembrava vestito di scuro e il viso era indistinguibile, scuro anch'esso.
Ero forse in preda ad un'allucinazione? Dovevo assulatemnte fermarmi e prendere una boccata d'aria. Misi la freccia alla prima piazzola di sosta e notai subito che anche la macchina dietro di me aveva fatto altrettanto e si apprestava ad accostare anch'essa.
Mi fermai, spensi il motore, la cintura di sicurezza sembrava strozzarmi. Scesi di corsa, senza fiato, nel panico più totale. Ero piegato su me stesso, le mani sulle ginocchia e respiravo a fatica. Fu in quel momento che mi girai per vedere chi fosse lo strano individuo e... la macchina non c'era. Non c'era nessuna BMW-identica-alla-mia-con-strano-autista parcheggiata. E sì che l'avevo visto chiaramente accostarsi dietro di me.
In pochi minuti mi ripresi e anche la strana sensazione se ne andò. Ripresi la strada e tornai a casa. Più tardi, davanti ad un Southern&Confort, mi convinsi che non c'era stato nulla di eccezionale nel pomeriggio e che forse avevo solo visto male. Sì! Sicuramente era così.

Nel week end decisi di svagarmi un po' e presi il primo volo del mattino per il lago Onnshana, su al nord. Avevo una piccola baita in riva al lago e un po' di pesca alla carpa era quello che faceva al caso mio. Era un posto tranquillo, niente turisti e un locale country dove bere alla sera e ascoltare musica dal vivo.
Il sabato passò tranquillo, pranzo al sacco, canna da pesca e sole caldo. Nel pomeriggio presi anche un paio di carpe. Ero soddisfatto e sereno. Non mi sentivo così da quando... bé... dovevo ammetterlo. Non mi sentivo più così bene da quando stavo con Sarah. Credo l'amassi; almeno all'inizio. Ma non era andata come lei sperava. Dopo qualche mese ci fu un imprevisto e... Adesso ero solo con i miei pensieri e potevo confessarlo: la colpa era tutta mia. Era colpa mia se lei era morta. Legalmente non ero io il colpevole, ma ero stato io ad obbligarla ad abortire. Le "complicazioni" fecero il resto. Oh bé, così è la vita. Non piansi nemmeno. Anzi, diciamolo: mi ero tolto una grossa bega di torno. Niente più piagnistei, ripicche e compagnia bella. Figuriamoci poi il dopo-inervento! Sarebbe stata una vera scocciatura starle dietro, lunghi periodi di crisi e cure mediche e io avevo una carriera a cui pensare. Meglio così.
Proprio mentre rimuginavo su questi torbidi pensieri scorsi con la coda dell'occhio un'ombra dall'altra parte del lago. Non vedevo benissimo, era sceso il sole dietro le colline e c'era una leggerissima nebbiolina sul pelo dell'acqua.
Guardai meglio, cercando di strizzare gli occhi, sembrava un uomo, ma - forse uno scherzo della rifrazione - sembrava che il tizio fosse fatto d'ombra. Una sagoma scura e vagamente trasparente.
Ma che vado a pensare? E' impossibile che il...
Poi il gelo nel cuore.
Come una saetta mi attraversò il ricordo del tizio nella BMW. Avevo i brividi e la pelle si era alzata di un centimetro. Ero immobile e incapace di muovermi, mentre una goccia di sudore mi colava dalla fronte vidi quell'ombra rivolgersi verso di me e scomparire.
Sì. Scomparire.
Rimasi pietrificato per circa un altro quarto d'ora, chiedendomi se sarebbe riapparso. Poi, preso dal panico, presi la mia roba di corsa e per la fretta spaccai il mulinello. Cazzo! Tirai su il retino e lasciai i pesci a riva. Corsi via come il vento, come se sentissi una presenza dietro le spalle. Ero incapace di voltarmi, e se mai quella presenza fosse stata reale, sicuramente stava ridendo di me.

Mi chiusi in casa. Porta, finestre, tutto serrato.
Aprii la bottiglia di rhum e trangugiai un sorso senza nemmeno versarlo nel bicchiere. Sudavo a tremavo come un vitello prima di essere macellato. Fuori si era alazto un po' di vento e le nubi stavano coprendo il tramonto. Presto sarebbe stato buio.
Io avevo solo voglia di sparire.
Ad un tratto un tonfo sordo. Un brivido mi drizzò la schiena e sbarrai gli occhi, le orecchie tese ad ascoltare. Dopo qualche secondo un altro tonfo che sentii provenire dal piano di sopra. Forse dalla camera. Rimasi ancora in attesa di qualche altro rumore ma per un po' non si udì più nulla.
Dovevo calmarmi. Altro sorso di rhum... il liquido ambrato scendeva liscio e fresco nella gola, lo sentivo riscaldarmi fin nelle budella. Quando arrivò il terzo tonfo sputai il liquore dappertutto e quasi mi strozzai. Dovevo capire che diamine stava succedendo al piano di sopra! Ricordai di avere una calibro 22 nel cassetto del comodino, dovevo solo riuscire a prenderla.
Salii le scale silenziosamente sbirciando sul pianerottolo per sincerarmi che fosse tutto a posto. Poi notai da sotto la porta della mia camera che la luce era accesa. Non era possibile! l'avevo spenta io stesso quando ero salito a chiudere la finestra. Mi girai di scatto verso il bagno avendo udito qualcosa, ma era solo la goccia del rubinetto. Guardai di nuovo verso la mia stanza e la luce adesso era spenta. Possibile che me lo fossi immaginato? Decisi di agire: aprii la porta di scatto, accesi la luce e gridai "Fermo!". Ma non c'era nessuno. Mi precipitai a prendere la pistola ma tutto taceva... solo la persiana, che sbattendo, provocò l'ennesimo tonfo. Sospirai profodamente rincuorato dalla scoperta, poi però mi chiesi come poteva essere la persiana a sbattere visto che l'avevo chiusa mezz'ora prima. Mah! Fuori era scoppiato un temporale e richiudere la persiana mi fece bagnare quasi completamente. Mi asciugai in bagno e fischiettando tornai al piano di sotto deciso a sdraiarmi sul divano con la bottiglia del rhum in una mano e il telecomando nell'altra; completamente dimentico dell'inquietante episodio pomeridiano.
Raggelai quando vidi nitidamente quell'individuo in piedi nel salotto che mi fissava. Dallo spavento inciampai e caddi sugli ultimi scalini. Mi rialzai terrificato da quella visione, ora potevo osservarlo meglio: era un'ombra. Un'ombra con le fattezze del mio viso, in qualche modo, ma con un ghigno malefico.
"Alzati" - mi disse. Ero ancora seduto a terra, pietrificato dalla paura. Chi era questo spirito? cosa voleva da me? perché proprio io? Disperato mi alzai e realizzai di essermi pisciato addosso.
"Sono la tua coscienza" - continuò - "Guarda" mi disse indicando per terra. E io guardai. E vidi che dal mio corpo, dai miei piedi, partiva un'ombra che si congiungeva a lui. Poi si toccò il ventre e vidi con orrore che conteneva un feto morto e che il suo viso semischeletrito era adesso quello di Sarah. Mosse un passo verso di me ed io arretrai orripilato e in preda al panico.
"Dove credi di andare? Io sono te e ovunque andrai io ci sarò".
Svenni.

Sono ormai passati due anni da quell'avvenimento, ma io non sono più stato lo stesso. Ho laciato il lavoro e la bella vita. Ovunque vada, lui c'è. Quando mi guardo allo specchio lo vedo dietro di me; nelle giornate di sole la mia ombra è nitidissima e al tramonto è addirittura enorme. Non passa secondo in cui io non pensi al mio incubo personale.



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La cena nel cesso [May. 4th, 2006|08:57 pm]
Libera
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Sabato sera, interno notte. Scena prima.
Sono qui in mutande, ascoltando i Cold Play, stanca con la luce accesa alle tre di notte e le finestre aperte. Pieno agosto sudato. Quest'afa mi toglie i sensi.
Cosa faccio? sto cercando un cazzo di apriscatole per aprire questa merdosissima latta di tonno e verdure, ecco cosa faccio. Cassetti in cucina pieni di ricordi: lucidi cucchiai che riflettono memorie deformate in fish-eye. Un fish'n'chips ci starebbe proprio bene a quest'ora.
Bene, non trovo l'apri-fottute-scatole perciò mi infilo una maglia e gli shorts al volo, scendo le scale, una corsa al "fish'n'chips shop", negozio scioglilingua aperto anche di notte e acquisto il mio cartoccio oleoso che spande odore di mare fritto nell'aria stellata. Anzi due. Sì, due, ho molta fame, grazie e tenga il resto.
Il primo cartoccio bollente lo faccio fuori subito, fame nervosa dannosa. Intanto sono a casa, mi spoglio in mutande - troppo caldo stanotte per dormire - le mie tette ballano al ritmo dei Chemical Brothers che hanno sostituito i Cold Play.
Tu mi guardi, maledetto, mi guardi e non favelli dalla cornice silver plated che mi regalò tua moglie a Natale. Mangio il mio secondo pesce, immaginando che sia il tuo e che te lo strappo via con determinata dolcezza, mentre il ketchup sgocciolante sostituisce quello che dovrebbe farmi capire che dentro di te c'è qualcosa di umano. Sogni splatter a occhi aperti, sdraiata sul pavimento di marmo per refrigerarmi. Rido e piango e so che è colpa tua. Mi alzo in piedi, vado alla finestra, calda e nuda sperando che qualcuno in strada mi veda.
Invece sono io a vedere la pasta avanzata delle otto e decido che farà parte della commedia. La prendo, la inforco e la sento riempirmi la bocca... quel sapore di casa, del ragù che faceva mia madre nei giorni di festa. Mastico e ingurgito. Sul fondo del piatto cade liquida lacrima.
Che tu sia maledetto! Che Bruto ti accoltelli altre 27 volte e Giuda ti baci con la lingua!
Morbo e mordo il pane, rendendo grazie al senso di colpa che piano piano si insinua nelle fessure della mia materia grigia. So che lo farò, più tardi, piegata in due in bagno; e forse è per questo che ora mangio a rullo battente, riempio lo stomaco con quello che l'amore non è riuscito a riempire il cuore. E poi mi libererò anche dei sensi di colpa, quelli che tu mi hai procurato con la tua schiacciante presenza-assenza.
Quando non c'eri stavo male, perché sapevo che eri con tua moglie. Quando c'eri era anche peggio: prendevi decisioni al mio posto, mi correggevi, mi scaraventavi fuori dall'esistenza semplice; perché io non ero certo alla tua altezza.
Col tempo ho capito che la tua era bassezza, che il tuo sorriso perfetto nascondeva un'anima in decomposizione e i gas che a tutt'ora sprigioni arrivano alle mie narici tramite l'odore del mio stesso vomito.
Figlio di puttana!
Scaravento il piatto di ceramica ai miei piedi e lo calpesto maldestra. Dal mio piede nasce un rivolo di rossa rabbia e m'invento pittrice.
La tenda tesa della finestra sul retro è l'ideale. Afferro uno dei pennelli dimenticati in lontani cassetti di casa e lo inzuppo nella ferita. Sulle note dei Sublime traccio segni inequivocabili di una geisha perfida che sorride: sotto le mie pennellate furiose, le sue labbra diventano rosso sangue come un mizuage ben pagato. In una mano il ventaglio si apre ad ali di farfalla e suggerisce allo sguardo di allontanarsi dall'altra mano, che si nasconde dietro all'obi del kimono, impugnando uno stiletto. Ucciderà forse il suo damma? No... più probabilmente è per il proprio seppoku.
In quello stesso istante un conato si fa largo tra la pasta e il fish. E la commedia quotidiana si consuma ancora.
Scena seconda, interno notte.
La protagonista corre verso il minuscolo bagno sbattendo la spalla sul mobile a muro che contiene la collezione di testi sui Maya.
Arriva dolorante davanti al wc - inquadratura mezzo busto da dietro.
Lei si piega in avanti - inqudratura sul culo - e si infila le dita in gola.
Momento di silenzio.
Attacca "Dance with the Devil" dei Raggadeath, mentre lei si libera dei sensi di colpa. Una danza spasmica del ventre la scuote fino alla fine, quando accasciata riprende a piangere, e in sottofondo parte il pianoforte di "The Unknown Road" dei PennyWise, che si concede triste alla scena.
La telecamera si allontana dalla protagonista inerme e addormenta ai piedi del cesso, e si dirige verso la cucina. Inquadra i cocci del piatto, la finestra aperta e lo sguardo si perde nella notte profonda. Giù in strada qualcuno sta ridendo.



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Pomeriggio di caccia [Apr. 24th, 2006|12:05 am]
Libera
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Ero appena tornato dalla caccia. Ero stanco e affamato. Bè, almeno stavolta avrei avuto qualcosa per cena, pensai. Non sempre va così bene...
Come giornata non era andata tanto male: avevo dovuto faticare un po’ per portare la carcassa in auto, ma ne valeva la pena. Mentre trascinavo quella specie di cinghiale, rimuginavo sull’istinto di sopravvivenza. Alcuni animali lottano più di altri, ma in ogni caso è l’istinto di sopravvivenza a dettare le loro azioni, la disperata voglia di vivere, che magari alla fine può anche salvarli dal predatore. Mi chiedo come sarà quando toccherà a me. Anche se, come tutti, spero in un’indolore morte nel sonno.
Credo che l’istinto di sopravvivenza sia, in taluni casi, un atteggiamento privo di senso: quando cioè la situazione è ormai giunta alla conclusione. Eppure, nonostante tutto, esso acceca chiunque sia in pericolo di vita, anche quando non c'è alcuna probabilità di sopravvivenza.
Tuttavia è faticoso per chi, come me, deve dare il colpo di grazia, per non farlo soffrire ancora, mentre si dimena e scalcia. Io non sono come tanti, che quasi ci godono a vederli soffrire. Io no. Io lo faccio solo per mangiare.
L'odore del sangue non mi inebria affatto. I tonfi sordi del suo corpo scalpitante di panico e dolore non mi eccitano proprio.
Io ho solo fame.
Ebbene, ero tornato dalla caccia e stavo preparando la cena. Avevo molta fame e dovevo fare in fretta, perciò mi diressi in cantina per preparare la carne. Con una sega sezionai le varie parti, gettai in un sacco nero le parti che non avrei mangiato e raccolsi il sangue in un secchio. Ne tengo sempre un po' di scorta, di sangue intendo, perché sono un abile giardiniere e con esso a volte preparo degli ottimi fertilizzanti.
Modestamente, qui nel quartiere, sono lo scapolo preferito dalle donne di tutto il vicinato! Nella zona dove abito ci sono solo graziose villette con giardino e, grazie al mio pollice verde e a un sorriso niente male, mi sono fatto una bella cerchia di clienti fissi. E a volte capita che mi faccia anche delle clienti...
Ma torniamo alla cena.
Erano le 8 e mezza. Presi tutto ciò che avrei potuto cucinare al momento e lasciai il resto in cantina. L'indomani avrei pulito.
Preparai la tavola: un piatto, un bicchiere, una forchetta. Vino rosso e musica lounge in sottofondo. Mi piace mangiare così nelle serate primaverili; gustare il cibo che io stesso ho catturato e cucinato, guardando fuori dalla parete a vetro. Osservare il panorama di onde azzurre che si stagliano dietro i vetri, col sole che vi si spegne dentro.
Assorto com'ero nella tranquilla certezza che la routine subdolamente infonde, mai avrei immaginato cosa stava per accadere.
Bussarono alla porta, era un agente. Merda, pensai. Di certo era lì per la mia caccia pomeridiana (alcuni tipi di caccia sono purtroppo vietati). Aprii.
- Buonasera agente, posso esserle utile? - rimasi sulla porta come una barriera sperando che non notasse il mio nervosismo.
- Sì - rispose - Abbiamo ricevuto una segnalazione a suo carico e vorrei farle qualche domanda.
Merda, merda, merdissima. Ci siamo, è finita. Ostentavo un falso sorriso di nonchalance misto alla meraviglia di colui che si chiede chi mai possa avercela con un uomo tanto riservato e benvoluto come lui. Chissà se i miei nervi avrebbero retto?
Cazzo, avevo stupidamente lasciato tutto in bella vista, giù in cantina. Se avesse avuto un mandato sarei stato fregato!
- B-bé - balbettai - Sono sinceramente sorpreso di questa situazione, ma farò tutto per collaborare. Mi dica, agente, di cosa si tratta?
- Bene - disse l'agente - è da solo?
- Sì.
- Non sta dando una festa?
- No, affatto - dissi mentre mi chiedevo cosa c'entrasse questo con la carcassa in cantina.
- Bè - continuò lui in tono ironico - dovrebbe essere così gentile da abbassare il volume del suo impianto stereo, alcuni vicini si sono lamentati.
"Cazzo!" pensai euforico, ma risposi semplicemente:
- Oh cielo! che maleducato, mi perdoni agente, ero sovrappensiero e non mi sono reso conto che la musica fosse così alta. Le prometto che non accadrà più.
Ero d'improvviso esageratamente sorridente. Troppo. Dovevo contenermi.
- Bene - disse l'agente freddamente - me lo auguro. Buonasera.
E se ne andò, ignaro di tutto.

Tornai alla mia tavola, disteso, felice. Ripresi a consumare la mia cena, masticando con più gusto di prima. La carne era fantastica.
Davvero.


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Tardo pomeriggio in paese. [Feb. 20th, 2006|10:28 pm]
Libera
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Insolito suono di campane in lontananza che, insistenti, annunciano che qualcosa è successo.
E' cambiato di colpo il colore del cielo, o meglio, è diverso come lo percepisco... d'un tratto tutto sembra irreale. L'aria rimane, per una frazione di secondo, stagnante e sospesa come il mio respiro.
Gli uccelli hanno smesso di strepitare come fanno di solito al crepuscolo e, dagli alberi giù nel parco, non si sente più lo sbatter d'ali abituale.

Qualcosa è cambiato.
Ma cosa?
Mi affaccio alla finestra e osservo gli alberi muti. Una goccia di sudore stilla dalla mia fronte asciutta. Come il miracolo di una sorgente che per millenni rimane nascosta e all'improvviso sgorga copiosa dalla roccia.
Ricordo vagamente una giornata simile di tanti anni fa. Avevo 12 anno e abitavo in una viuzza del centro, un vicolo stretto e scomodo, ma nonostante questo le auto sfrecciavano noncuranti. Ricordo la frenata e le grida. Ricordo distintamente che nel mio cuore c'era stato un tuffo, un colpo mancato. E, ingiustificatamente consapevole di ciò che stavo per vedere, mi affacciai dalla finestra e vidi.
Vidi la mia gattina Gegia stesa al suolo, priva di quella sana immobilità dei vivi. Non era svenuta. Era morta. La mia anima gridò così forte da svegliare gli angeli, che immagino si voltarono a guardare.
Piango ancora a quel ricordo.

Suonano le campane e mi riportano al presente. In quello stesso istante il primario di chirurgia dell'ospedale cittadino si toglie i guanti e scuote la testa.
Il mio pensiero corre folle e disperato a mio fratello sotto i ferri. Il mio cuore sembra come impazzito, avverto inspiegabilmente le lacrime che ancora non verso sulle guance; all'improvviso capisco perché gli uccelli non cantano, perché il cielo ha una luce opaca, perché l'aria è ferma.

Ora so.

Mi chino a terra a raccogliere il bicchiere ormai in mille pezzi e sento che non importa più nulla, nulla ha alcun valore, niente è importante ormai.
Prendo un frammento di vetro con la volontà ridotta al minimo; non sento nemmeno dolore mentre passo la lama vitrea sul mio polso. Osservo quelle perle rosse che si tramutano in sorgente, zampillante, calda e piena di vita.
Sorrido dolcemente, mi siedo a terra leggermente stanca, ma felice perché fra un attimo staremo di nuovo insieme. Niente più cure, niente più dolore, solo un'eterno e reciproco amore fraterno... scorazzando fra i campi fioriti come quando eravamo piccoli e spensierati.


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Edinburgh: a saturday night story [Jul. 30th, 2005|02:16 pm]
Libera
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[suonano |'60s nostalgic sounds]

(storia vera)

Ieri sera sono andata alla Mission ed ero felice perchè lì mi diverto e ci sono sempre i miei amici. Purtroppo non mi sentivo bene e dato che non c'era molta gente, alle 1 e un quarto ho deciso di tornare a casa da sola.
E cosi' mi sono avviata verso la Royal Mile. Il caldo era insopportabile nonostante fossero le 1 e mezza di notte e nonostante il fatto che io non stessi affatto bene. Per strada mi hanno abbordato dei ragazzi, alcuni di loro si offrivano anche di accompagnarmi a casa, ma per fortuna qui basta un semplice “no, grazie” per essere lasciate in pace.

Sempre a piedi, sono arrivata fino a Prince Street, la strada sembrava non finire mai e di un taxi neanche l'ombra. Gli unici che passavano erano quelli già occupati, e mettersi in fila ai ritrovi era impensabile, dato che c'erano decine e decine di persone già in coda... E così, tirato un grosso sospiro, ho continuato a piedi ancora e ancora, fino allo Sheridan Hotel, fino alla Fountain Brewery, fino a Dundee Street, niente... neanche un fottuto taxi. Poi, in dietro ad un cancello... ho fatto pipi'.
Adesso mi sentivo meglio e la testa sembrava pesare di meno, forse era solo la mia impressione, una specie di placebo dovuto alla mia voglia di star meglio. Gli uccellini cantavano, fischiettavano nel silenzio del piazzale deserto, il cielo cominciava già a schiarirsi nonostante fossero soltanto le due del mattino. A queste latitudini il sole sorge davvero presto. L'aria frizzante e leggermente fresca cominciava ad infilarsi sotto la maglietta.
Ero nella via parallela al canale. Se avessi oltrepassato il cancello dove avevo fatto pipì avrei costeggiato il canale fino a casa, ma era ancora troppo buio per andarmene a fare la solitaria in quel posto così isolato. Però al mattino è stupendo: i cigni e le papere soggiornano fiaccamente in riva al canale; in questo periodo hanno i loro pulcini tutt'intorno.

Ok, mi dico, si continua. Per fortuna indossavo le Dr Martins cosi' non mi è venuto il mal di piedi.
Ora, lungo la strada davanti al cimitero, non mi conveniva prendere il taxi, ormai ero quasi arrivata. Ho camminato ancora un bel pezzo e quando ho visto che il forno vicino casa era aperto sono entrata ed ho comprato un calzone ed una pasta. Totale: una sterlina e un penny.
Esco già pregustando il calzone caldo, quando un ragazzo moooolto ubriaco mi abborda (senza strane intenzioni per fortuna). Ci mettiamo a parlare del piu' e del meno, mi racconta come ha passato la serata, poi mi saluta e mi da' la buonanotte.
Mah. Meglio così.

Finalmente sono arrivata. Moat House. Portone, scalette, ascensore, quinto piano, porta... non ho le chiavi di casa.
Non ho le chiavi di casa. Mi prenderei a sberle, ma sono stanca morta e non ce la faccio.
Ho camminato per più di un'ora e non ho neanche la forza di mangiare il calzone e la pasta. Niente chiavi! Stento a crederci.
Ok, mi accuccio sullo zerbino e aspetto, magari tento di dormire un pochino fino a che non ritorna Alezzia.
Ore 4.30, si apre l'ascensore e finalmente appare lei, stanca dalla serata, mi guarda tra l'incredulo e lo spaventato. Ha una rosa bianca in mano. Entriamo in casa e finalmente dormo, dormo, dormo...


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Lettera Difficile [May. 9th, 2005|05:34 pm]
Libera
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Ciao,
so che si è scaricato il telefonino e forse è meglio così.
Tu così hai potuto finire di prepararti ed io ho evitato di incazzarmi del tutto. Ti ho risposto seccamente perché non serve che ti preoccupi di quando e come chiamarmi stasera, in ogni caso sarebbe una telefonata difficile, con te chiusa in bagno ed il tempo contato. Il discorso di stamattina, che sto digerendo poco a poco, è un discorso che mi ha amareggiato e deluso, come ti ho detto mi aspettavo qualcosa di diverso da te e forse è proprio in questo che mi sbaglio... nell'aspettarmi le cose.
Hai ragione quando dici che la vita è un'incognita e come tale va vissuta.
Condivido questo pensiero ma ciò non toglie niente al fatto che alla fine ognuno di noi opera delle scelte e decide le proprie priorità ed esigenze; purtroppo le nostre sono diverse in questo momento.

Ho sempre saputo che per te sarebbe stato difficile rinunciare al tuo mondo e proprio per questo ti avevo chiesto di rifletterci bene, ma mi rendo conto di non aver valutato bene tutta la situazione.
Io sto per partire per l'Africa, avrò una vita nuova, un nuovo lavoro. So che non posso pretendere nulla da te, vorrei solo che alla fine tu prendessi una semplice decisione che vada bene ad emtrambi. Che non ferisca così come le tue parole o come le mie pretese.

Guardo fuori dalla finestra, è quasi il tramonto e sento una stretta mortale alla gola. Vorrei gridare e spaccare tutto.
Vorrei che la mia voce arrivasse fino a te, che tu mi sentissi, capissi nonostante tutto, accettassi che la vita è un continuo cambiare, prendere e partire.

Per finire, io adesso inizierò a ragionare su tutte le cose che devo fare e su tutte le decisioni che devo prendere e lo farò nella maniera che conosco; ti chiederò di accettare qualsiasi cosa alla fine ne risulterà, per contro chiedo anche che tu faccia una riflessione seria; hai molta gente che ti vuole bene, alcuni ti amano e darebbero tutto per averti.
Io rappresento una vita diversa dalla tua, un mondo diverso ed un'infinità di problemi. Vorrei che tu evitassi un errore di questo tipo e che contemplassi la possibilità che io non sia la persona migliore per te.

Per adesso è tutto, ci sentiamo quando le decisioni saranno prese, prometto che in ogni caso ti chiamerò per dirti cosa accadrà.
Bacio.


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